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Gli interni della Reggia



Agli appartamenti ducali si accede tramite lo scalone napoleonico costruito tra il 1807 e il 1810. Dalla prima torre affacciata verso il giardino la vista può spaziare fino all’altra che dà sulla piazza, attraverso un cannocchiale prospettico costituito da ben 11 porte poste tutte sulla stessa linea.
Le stanze sono di dimensioni ridotte ed intime, in consonanza con il gusto francese dell’epoca presente anche nei raffinati elementi del décor fixe: camini in marmo coordinati ai pavimenti policromi intarsiati, porte slanciate a due battenti con serrature in bronzo cesellato e soffitti con decorazioni a stucco a motivi vegetali e rocaille.
Le sale sono arredate con mobili e quadri databili tra il XVII e il XIX secolo e in una sala è visibile una parte della collezione di porcellane settecentesche della Manifattura di Meissen appartenute alla duchessa Luisa Elisabetta di Francia, figlia di Luigi XV e moglie di Filippo di Borbone. L’ambiente più importante è sicuramente la Gran Sala o Sala del Trono, capolavoro del celebre architetto francese Ennemond Alexandre Petitot progettata nel 1753. La sala, realizzata fra il 1753 e il 1755, rappresenta il primo esempio di neoclassicismo in Europa in anticipo di quasi 30 anni sulle realizzazioni coeve. Il genio disegnativo del Petitot ha trovato perfetta realizzazione negli stucchi eseguiti da Fortunato Rusca e dal grande scultore J. B. Boudard per le figure in altorilievo. All’interno delle cornici in stucco dorato vi sono le quattro tele originali (del 1757-58) di François La Croix noto come La Croix de Marseille e di Adrien Manglard. La sala conserva un’elegante consolle in legno dorato con teste di ariete eseguita nel 1766 dall’intagliatore Ignazio Marchetti su progetto di Petitot.
Significativi al Piano Nobile anche i due salottini cinesi di Babette e di Don Filippo di Borbone del 1753 con carte da parati di manifattura europea in stile cinese e inserite all’interno delle boiserie.
La maggior parte delle sale del Piano Nobile presenta raffinati stucchi rococò eseguiti tra il 1750 e il 1753 da Carlo Bossi su disegno dell’architetto François Antoine Carlier e arredi databili dalla fine del Seicento alla metà dell’Ottocento, testimonianze di stile e storia del gusto delle famiglie che lo hanno abitato.
Il Duca Don Ferdinando di Borbone, uomo pio e devoto, a 38 anni nel 1789 smise di abitare le sale del Piano Nobile del primo cortile e si trasferì in questo appartamento prossimo al torrente Parma per essere più vicino alla Chiesa di San Liborio dove era solito ritirarsi in preghiera.
L’appartamento si compone di sei sale grandi (biblioteca, camera da letto, sala da pranzo, studio privato, studio ufficiale ed osservatorio astronomico) ed alcuni ambienti minori (studiolo, bagno e piccola cappella) tutti affrescati tra il 1787 e il 1789 da due artisti: Antonio Bresciani autore delle figure e Gaetano Ghidetti esecutore delle quadrature geometriche e dei finti stucchi presenti nei soffitti.
Tutto l’appartamento conserva la boiserie, le imposte interne delle finestre, le serrature in ferro battuto e le porte originali dell’epoca di Don Ferdinando di Borbone.
Di particolare interesse artistico lo studio privato e lo studio ufficiale del Duca con splendidi finti arazzi alle pareti illustranti scene sacre dell’Antico Testamento e che Don Ferdinando suggeriva al pittore Antonio Bresciani. Nello studio ufficiale vi sono straordinari cammei con scene di giochi di putti realizzati in chiaroscuro da Gaetano Ghidetti.
Veramente unico l’Osservatorio Astronomico dove Don Ferdinando senza uscire all’esterno comprendeva da che parte spirava il vento: al centro della sala un’asta fuoriusciva dalla volta con una banderuola, mentre all’interno una freccia ne indicava, sulla Rosa dei Venti, la direzione.
La sala conserva ancora la decorazione a tempera a secco su muro originale, con al centro la Rosa dei Venti circondata da una finta balaustra, mentre alle pareti vi sono paesaggi e putti con strumenti scientifici. Una parte della sala, costituita da due archi e da un piccolo vano, era utilizzata come sala di lettura e presenta al centro della volta l’Allegoria della Geografia.
Nel 1775 il duca Ferdinando di Borbone fece distruggere il piccolo oratorio di San Liborio fatto costruire da Francesco Farnese nel 1722 ed iniziò la costruzione dell’imponente edificio ancora esistente consacrato nell’ottobre 1777.
La costruzione venne affidata a Pietro Cugini che si ispirò in più parti al progetto del Petitot di un ventennio precedente rimasto inutilizzato.
Questo primitivo edificio aveva pianta ribaltata di 180 gradi rispetto alla struttura attuale; fu nel 1788 che Don Ferdinando pensò di invertire l’orientamento della chiesa per renderla maggiormente fruibile ai colornesi avvalendosi dell’esperienza di Donnino Ferrari che progettò la nuova facciata, la controfacciata con tribuna ducale e una nuova abside terminando i lavori nel 1791.
Di straordinario interesse l’organo costruito da Giuseppe Serassi di Bergamo dal 1792 al 1796, costituito da 2898 canne; oggi, dopo i restauri, è utilizzato in occasione di una rassegna concertistica di spessore internazionale che si svolge le domeniche sere del mese di settembre.
La chiesa conserva un’impressionante quantità di arredo liturgico originale coevo all’epoca di don Ferdinando, non avendo subito dopo la morte del duca (1802) rilevanti lavori di trasformazione.
Nelle cappelle laterali vi sono opere dei principali artisti operanti in Parma nella seconda metà del 1700 quali: Gaetano Callani, Giuseppe Baldrighi, Pietro Melchiorre Ferrari, Laurent Pecheux, Domenico Muzzi e Benigno Bossi.
Interessante la tribuna ducale che permetteva a Don Ferdinando di assistere alla messa nelle occasioni solenni e di giungere non visto in chiesa attraverso uno stretto passaggio dal suo appartamento privato.
Di grande bellezza la cappella del Santissimo Sacramento, progettata da Pietro Cugini allievo del Petitot, con alle pareti una serie di preziosi marmi grigi di epoca romana che furono scavati sul colle palatino a Roma presso gli orti farnesiani e prelevati dall’antico palazzo di Tiberio.











